From the category archives:

bad news

Dopo aver parlato di start up all’italiana e di open source nella PA, è letteralmente tempo di “cambiare musica”: su L’Espresso di oggi, pagine 134 – 137, trovate un pezzo scritto a quattro mani con Diletta Parlangeli (cui peraltro va il merito di aver individuato l’argomento) e intitolato “Se il Pc spegne la musica”. Questo il catenaccio:

“Le Major fanno chiudere i siti e chiedono leggi anti-download. Ma la repressione rischia di essere un boomerang. Così si cercano altre strade”.

Di seguito, la copertina del pezzo nella sua versione per iPad. Subito sotto, l’incipit del pezzo, tanto per invogliarvi a leggerlo. Poi un’anticipazione.

 

 

La pirateria online? «Non si può combattere. Le Major dovrebbero accettare la realtà e sfruttare il fenomeno a loro vantaggio”.  E’ la voce di Dave Kusek – Vice Presidente del Berklee College of Music e co-autore di “The future of Music” - che suona fuori dal coro mentre si consuma un conflitto globale tra l’industria che produce musica e chi la scarica illegalmente in rete. Ultima battaglia della lunga guerra, la chiusura del sito di file hosting Megaupload, servizio cui 150 milioni di utenti nel mondo affidavano i proprio file e che le autorità statunitensi hanno sequestrato con un’operazione senza precedenti.

La “crociata” delle Major

D’altronde, è contro la pirateria digitale che l’industria punta il dito quando si parla di crisi del settore. Prova ne è il Digital Music Report 2012, ultima edizione dell’annuale ricerca realizzata per conto della Federazione internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI): «Più di un utente su 4 (28%) fruisce illegalmente di musica online». E se è pur vero che, nel 2011, il mercato digitale globale è cresciuto dell’8% per superare i 5,2 miliardi di dollari di ricavi, altrettanto vero è che «la crescita registrata non riesce a temperare la perdita del mercato fisico, che prima reggeva il 40-50% del fatturato» come fa notare Alberto Cusella, discografico con alle spalle vent’anni in Warner. «La musica non è affatto in crisi. Ad essere in crisi è il mercato» aggiunge.

Il seguito su L’Espresso di oggi (“L’uomo che fa tremare il Centro Sinistra”) pagine 134- 137

PS: quest’anno con Diletta e alcuni degli intervistati saremo anche al Festival del Giornalismo di Perugia, dove abbiamo organizzato un panel per discutere di come cambia l’informazione musicale nell’era post-MySpace.

A breve dettagli anche su questo, so stay tuned!

Update: il pezzo ora è disponible online: “Discografici, reputazione k.o.

Update 2: sono disponibili anche le info relative al panel che abbiamo organizzato per il Festival del Giornalismo di Perugia, intitolato “Il giornalismo musicale nell’era del dopo MySpace

{ 4 comments }

Se BB sta per Bye Bye Blackberry

by Alessio Jacona on 24/01/2012

Dopo 20 anni al comando di Research In Motion, i due co-amministratori delegati Jim Balsillie e Mike Lazaridis (che di RIM è anche il fondatore) hanno fatto un passo indietro, lasciando la pesante eredità di un’azienda in crisi al tedesco (ex-Siemens) Thorsten Heines. Ieri ne abbiamo parlato brevemente durante la trasmissione RAI Radio3mondo (qui presentazione e relativo podcast) e, finito il collegamento, quella chiacchiera è diventata un pezzo dove ho provato a disegnare un quadro della situazione inserendo qualche riflessione personale.

Il pezzo integrale lo trovate su Lettera43 (Lo tsunami Blackberry), mentre alla fine di questo post è disponibile un podcast con i sei minuti del mio intervento estratti della trasmissione RAI (commenti benvenuti).

Subito di seguito, invece, riporto il passaggio dell’articolo dove ho provato a ragionare sulle possibili conseguenze che per RIM avrebbe la concessione a produttori terzi della licenza d’uso per i Blackberry Os10. Ipotesi, questa, ventilata dal nuovo CEO Thorsten Heines proprio nel video registrato al suo insediamento.

Ciliegina sulla torta: il neo eletto Ceo Heines si è già detto convinto che il Blackberry Os 10 sarà un successo e che Rim potrebbe valutare se concedere a produttori terzi la licenza d’uso del nuovo sistema operativo.

Per capire cosa ciò possa significare, diamo un’occhiata ai due principali competitor, ovvero Apple e Google: la prima, in puntuale accordo con la visione di Steve Jobs, crede nella totale integrazione tra software e hardware, nella loro gestione diretta (ma sarebbe meglio dire “nel loro controllo totale”), che risultano in un ecosistema chiuso dove l’ottimo software spinge l’hardware. E dove, per inciso l’esperienza dell’utente è garantita in toto da Apple stessa.

Google fa concorrenza ad Apple con un ottimo sistema operativo che ha messo a disposizione dei molti produttori hardware affamati d’innovazione (Samsung in testa), i quali insieme hanno contributo alla sua fulminea diffusione e quindi a creare una solida alternativa al precursore iPhone in un mercato che si è rivelato fiorente per tutti.
Entrambi, infine, hanno dalla loro parte eserciti di sviluppatori che hanno creato e creano centinaia di migliaia di app, dando all’utente solo l’imbarazzo della scelta rispetto a come sfruttare hardware sempre più potenti.

Fino ad ora RIM assomigliava più Apple che a Google: proponeva un sistema chiuso e proprietario che con i suoi ottimi servizi faceva la forza dell’azienda e spingeva l’hardware. Se ora l’azienda dovesse arrischiarsi a spezzare questo binomio, c’è il rischio serio che finisca a farsi concorrenza da sola, inciampando nello stesso errore che fece la Apple guidata da Amelio quando rilasciò la licenza dell’Apple Os ai fabbricatori di cloni.

E tutto questo accadrebbe più o meno mentre debutta il nuovo e atteso iPhone 5.

Vista così, a me non sembra una gran mossa. Voi che ne pensate?

(Foto: arrayexception)

{ 2 comments }

Stop SOPA Now

by Alessio Jacona on 18/01/2012

I’m against the PROTECT IP / SOPA. Truth is, you should be too.

{ 0 comments }

Ilya Zhitomirskiy, co-fondatore di Diaspora insieme con Daniel Grippi, Maxwell Salzberg e Raphael Sofaer, è morto all’età di 22 anni. Nessun dettaglio per ora è stato reso noto sul come, sul dove e sul quando.

Era il 2010, nella settimana a cavallo tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Insieme con Luca eravamo alla Web2.0 Expo di New York, ed è lì che abbiamo conosciuto Maxwell e Ilya, presenti all’evento per raccontare la loro alternativa a Facebook. Della mezz’ora passata con i due ragazzi e dell’intervista fatta per Nova24, ricordo che a colpirmi fu soprattutto la lucidità del secondo, il modo maturo e deciso in cui rispondeva dall’alto dei suoi vent’anni alle critiche mosse dai detrattori del progetto e a chi, al tempo, sosteneva che i quattro studenti universitari newyorkesi non fossero all’altezza degli impegni presi e dei fondi (oltre 200mila dollari) raccolti con Kickstarter.

Ecco, di seguito il pezzo dell’articolo in cui è lui a parlare:

Impossibile non chiedere a Salzberg e Zhitomirskiy come gestiscono il peso di tante aspettative da soddisfare. Risponde Ilya: «C’è chi pensa che non ce la faremo mai e chi crede in noi. La verità è che, di volta in volta, noi abbiamo soddisfatto e continuiamo a soddisfare le attese. Non c’è alcuna magia – prosegue Ilya – semplicemente, lavoriamo duramente 12 ore al giorno. Qualcosa funziona al primo colpo, qualcosa invece richiede ulteriore sviluppo: ciò che ci che dà forza è sentire l’entusiasmo della gente per quello che stiamo facendo. Entusiasmo che in molti modi sta plasmando il progetto stesso, iniziato come un “sogno da nerd” e diventato qualcosa che appartiene a tutti. Insomma – conclude Zhitomirskiy – è rispettando le nostre promesse che gestiamo la responsabilità che ci è stata data».

Chiaro, diretto, lucido. Direste che ha solo vent’anni?

(Via)

{ 0 comments }

La (notevole) prima pagina odierna de IlSole24Ore (Via), una prima variazione molto “local” (Via) e una seconda variazione “much more compelling” (Via):

{ 1 comment }

UPDATE: Intanto c’è chi in rete come quelli di Quink che ha preso la palla al balzo è sta reinterpretando l’errore con discreto successo, inventando il neologismo “SELcrologio”. Da notare che ho trovato questo post su Facebook grazie a una condivisione di Dino Amenduni, che di Vendola cura la comunicazione sui Social Media e che intelligentemente non si nasconde dietro a un dito. Qui altre interpretazioni con Bongiorno, Jackson, Osama bin Laden e altri ancora

Volevo scrivere un post sull’incredibile errore di comunicazione che sta radendo al suolo l’immagine di Sinistra Ecologia e Libertà – arrivato in rete grazie ad una segnalazione di Frankie HI-NRG – ma vedo che mi ha preceduto Enrico e che lo ha fatto alla grande.

Quindi non posso che rilanciare:

- è una campagna fuori tempo massimo: se arrivi con i manifesti funebri 4 giorni dopo che il de cuius è morto hai sbagliato tutto. E non riesci a profittare dell’effetto “tutti piangono, buttiamoci nella mischia”, perché ormai il lutto è stato elaborato e stiamo tutti aspettando iOS 5.

- è la classica campagna parassita, in cui si cerca neanche troppo sottilmente (vedi il visual imbarazzante in cui hanno incollato alla meglio il logo di Sinistra e Libertà nelle Mela) un’associazione tra marchi, sperando che la gente faccia uno più uno. E che magari pensi che Vendola è lo Steve Jobs della politica. Verrebbe voglia di augurarglielo.

- è una campagna contraddittoria in termini tecnologici: Sinistra Ecologia e Libertà ha in programma il supporto e la diffusione del software libero e open source e celebra uno dei paladini della massima chiusura, per fini economici e paternalistici/censori, dei sistemi.

Continua a leggere sul blog di Enrico Sola

Intanto Nichi Vendola su Facebook ha già risposto, dimostrando ancora una volta quanto forte sia il suo presidio della rete (l’enfasi l’ho aggiunta io).

Il genio di Steve Jobs ha cambiato in modo radicale, con le sue invenzioni, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. Tuttavia fare del simbolo della sua azienda multinazionale – per noi che ci battiamo per il software libero – un’icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio. Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l’utilizzo del software libero segna in modo netto la nostra scelta.

 

Ho letto solo pochi commenti alla nota, ma le reazioni sembrano premiare la sincerità e coerenza di Vendola, che sembrerebbe quindi recuperare rapidamente il tonfo dei suoi supporters romani.

{ 3 comments }

Goodbye Mr Jobs.

by Alessio Jacona on 06/10/2011

 

 

Via

{ Comments on this entry are closed }

Online Ads, le dimensioni non contano

by Alessio Jacona on 04/10/2011

Nielsen ci delizia con ben due nuovi white paper intitolati “Reaching the Right Audiences Online: Early Findings from Nielsen Online Campaign Ratings,” e “Beyond Clicks and Impressions: Examining the Relationship Between Online Advertising and Brand Building”.

Come appare chiaro già dai titoli, i due rapporti affrontano il problema da prospettive diverse per cercare di rispondere alla stessa domanda: “La pubblicità online funziona o no?” Le risposte, niente affatto banali o scontate, non sono tutte incoraggianti. Ecco come la riassumono per key point quelli di Nielsen:

Tanto per cominciare, chi fa campagne online sbaglia clamorosamente mira e fallisce anche nel valutare i propri risultati quando si esalta davanti a un grande numero di impressions. Bigger is not necessary better.

- Online campaigns are being consistently delivered to people outside the advertiser’s intended audience.
- Campaigns with high impressions are still only reaching a fraction of the intended audience.

Una nota positiva è invece che, in alcuni casi, le online campaign risultano più efficaci di quelle televisive:

- Online delivers audiences more effectively than some popular TV shows.

La seconda mazzata arriva con la notizia che un caposaldo delle metriche con cui si misura l’efficacia della pubblicità online va farsi benedire. In altre parole, bye bye Click-through:

- Click-through rate is not the right metric to measure brand impact – virtually no relationship exists between clicks and brand metrics or offline sales.

Infine, una seconda nota positiva tra tante novità inquietanti:

- However, brand metrics for online campaigns can predict offline sales impact.

E ci credo. Date le allegre premesse, basterà dire “venderete poco e male” e siamo a posto.

image004

{ 0 comments }

Su Twitter c’è chi dice no a Vasco Rossi

by Alessio Jacona on 03/10/2011

UPDATE: mentre scrivevo questo post, rabbia e stupore hanno trovato sfogo anche su Facebook, dove una nota della portavoce Tania Sachs ha già 10mila commenti, mentre un’altra nota dell’avvocato di Rossi ne conta oltre duemila.

Rispetto a quest’ultima aggiungerei che, a prescindere dal contenuto, se su Facebook pubblicate la nota scritta di pugno da un avvocato che inizia il discorso con “Prendendo atto del contenuto diffamatorio delle ultime dichiarazioni rese sul sito di Nonciclopedia, si deve precisare quanto segue.“, beh, allora direi che ve la state proprio cercando.

-

E’ la dura legge del social web. Da una parte Vasco Rossi usa i suoi legali per spaventare gli amministratori del sito satirico Nonciclopedia (rei di ospitare una pagina che si prende gioco del rocker), e alla lunga li induce a chiudere i battenti; dall’altra la rabbia e lo stupore per l’accaduto di molte persone trova subito – a torto o a ragione – visibilità e risonanza in rete attraverso Twitter.

twitter_trends_vasco_rossiMentre scrivo l’hashtag #vascomerda è primo tra le “tendenze” di Twitter in Italia (foto – seguito da Nonciclopedia, e #noncivasco) mentre è terzo nelle “tendenze universali”, dove peraltro sono presenti anche nome e cognome del cantante e rimandano a molti degli stessi commenti poco lusinghieri.

Alcune considerazioni al volo:

1) Quello di Rossi (anzi di chi gli gestisce la comunicazione) non è il primo né sarà l’ultimo, evitabilissimo errore nella gestione delle PR online. Bastava fare una ricerca su Google per capire che l’uso eccessivo e prolungato di avvocati nella gestione delle relazioni online nuoce gravemente alla salute, eppure ci sono cascati con tutte le scarpe. Personalmente mi riesce difficile capire perché personaggi, istituzioni e aziende preferiscano continuare a farsi del male in questo modo (o comunque tendano ad affidarsi nella gestione delle Pr a chi consente che se ne facciano), ma tant’è. Quisque artifex eccetera. Accadrà ancora, almeno finché questa gente continuerà a reagire secondo logiche vecchie e lise a situazioni completamente nuove.

2) Secondo un costume “mooolto italiano”, mi sembra che da qualche tempo a questa parte si stia diffondendo dalle nostre parti la simpatica abitudine di usare Twitter come gogna mediatica, dove la gente accorre lietamente a bersagliare il colpevole di turno pur sapendo poco o nulla del perché gli altri ce l’abbiano con lui. Basta leggere i tweet raccolti sotto #vascomerda per accorgersi che molti parlano giusto per partecipare, per il gusto del “da-sein”, o meglio ancora per sfogare antiche antipatia mai sopite. Non sono l’avvocato di Vasco Rossi (che non amo e non stimo), ma se il linciaggio mediatico di una persona qualunque, di un VIP o di un brand deve essere il prezzo da pagare perché Twitter sia diventato mainstream anche qui da noi, beh, allora anche no.

3) Fenomeni come questo vanno studiati con attenzione sia perché sono rivelatori del mondo che ci aspetta se passa questo o il prossimo provvedimento “ammazzablog”, sia  perché alzano la palla a chi le leggi le fa e intende farle per tutelare se stesso, i propri interessi e quelli della propria casta. Che si riempie la bocca con parole come “regole”, “privacy” e “sicurezza” ignorandone il vero significato ma conoscendone bene la potenza se opportunamente sfruttate, se usate come leva per muovere a sostegno dei propri fini l’opinione pubblica che resta lontana dalla rete e che la teme.

Insomma, che Vasco Rossi abbia torto o meno, a me sembra che il recente successo dell’hashtag #vascomerda sollevi molti più problemi di quanti noi se ne voglia vedere e – possibilmente – affrontare.

Sbaglio?

UPDATE 2: tra le molte critiche vuote e la marea di insulti che hanno ricoperto Rossi in queste ore, ogni tanto emerge anche qualcosa di leggero, creativo e divertente che merita di essere citato. Come ad esempio questo video:

{ 4 comments }

The story so far

Ghost writing can kill you. Or at least, it can kill your reputation. Ask Mark Davidson, Social Marketing & Communications Strategist at Shift+One Media, who (if all the story is true and not justa a stunt to get some media coverage) in the last few hours had his Twitter account and his credibility devastated by someone who claims to be “one of his three ghost writers”. The one he got fired after 4 years.

This guy logged into Davidson’s Twitter account at night while “drunk and hungry”, then published 8 updates to Davidson’s 55,642 followers.

Click to enlargeThe first one:

- “Hi. I’m one of three people who have been ghostwriting @markdavidson‘s tweets for the last 4 years while he is out playing golf.”

Then the second one:

- “Well yesterday, @markdavidson fired 1 of his 3 ghostwriters of the last 4 years and forgot to change his Twitter password.”

Then he (or she) goes on saying that Davidson “is not that nice and is cheap”. But the most juicy tweet is this one:

- “So let me mow tell you the truth about @markdavidson. He can barely type social media much less know what it is“.

The mess ends with a sharable advice: “And change your freakin’ password!”.

Now, that was two days ago. Then something even worse happened when what probably was one of the two remaining ghost writer logged into Davidson’s account after the attack. At first, he published a strange tweet speaking like he didn’t read what was published before. And then:

- Oh. I am so not dealing with this **** today. My only responsibility on this account is to respond to *all* @replies and @mentions. I quit.

Click to enlargeThen comes this one:

- WANTED: Social Media Account Ghost Writer. We’ve recently had an opening at http://twitter.com/#!/markdavidson. (Serious inquiries only.)

and then another one so far, which is my favorite one:

- Unfortunately due to unforeseen circumstances, the previously scheduled blog post, “How To Tweet Like a Boss” will not be posted today.

Yes. Good idea. Better not to.

The lesson to be learned

Now, If this is all this a joke, I just don’t get it. It could be a stunt to get some free coverage, or an experiment, but how is Davidson going to manage the aftermath? We’ll see.

In any case, what happened here points out that there’s an important lesson on how to deal professionally with social media to be learned: if you are a public speaker, a politician, a manager or whatever and you want to be on Twitter, it would be better if you manage your account by yourself.

On the other side, What to do if you want to be there but don’t have enough time to manage a real-time conversation? In that case you can hire one or more people to help you tweeting. There’s no shame in that: not if you are the one telling them what to write, if do you follow the conversation by yourself and do try to understand how this social network (or any other you want to be involved into) really works. And, above all, if you tell your readers the truth, that you are beeing helped, that there’s a stuff of smart people updating the account for you. Being honest with your followers is the most important thing. Tell them the truth and let them decide either to stay or go. Believe me,  you’ll be surprised. And you’ll earn trust.

If you do so, then who manually write down and the publishes you updates or monitor your followers, could be irrelevant. First and foremost if you

- follow the conversation;

- get involved;

- tweet anytime you can (and when you do, tell you follower it’s you like President Obama does;

- give answers;

And – please – choose carefully the people you are going to give your password to. Just as careful as if you were giving them your latchkeys.

It’s exactly the same thing.

{ 0 comments }