From the category archives:

Interviste

Perché Silicon Valley vuol dire fiducia

by Alessio Jacona on 25/06/2012

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di incontrare il venture capitalist Greg Horowitt, ospite a Roma di Working Capital Accelerator.  Una illuminante chiacchierata durata più di un’ora a proposito di startup, Silicon Valley, fiducia e talento. Il risultato è un pezzo uscito ieri a pagina 3 su Nova24, ora disponibile anche sul sito de IlSole24ore. Ecco sia l’incipit sia il link al pezzo vero e proprio.

Buona lettura.

 

Il vero startupper, quello destinato al successo, è «profondamente ottimista e, allo stesso tempo, pieno di dubbi e capace di porre mille domande. Non dà per scontato che i tuoi consigli siano giusti, anzi ti sfida e cerca il confronto su tutto. E il bello è che questo non gli impedisce di svegliarsi ogni giorno convinto di poter cambiare il mondo». A parlare è Greg Horowitt, venture capitalist e docente dell’Università di San Diego, nonché co-autore del libro dal titolo «The Rainforest – The secret to building the next Silicon Valley». Un esperto nella selezione del talento, secondo il quale i neoimprenditori degni di attenzione sono caratterizzati da «una fantasia incredibile, da grandi adattabilità, tenacia e determinazione. Dici loro di no e continuano a tornare, perché credono in ciò che fanno».

Continua a leggere su IlSole24ore

{ 0 comments }

Quando ogni cosa sarà linkata

by Alessio Jacona on 14/05/2012

Parlare delle cose non è la stessa cosa che parlare con le cose. L’intervista al Next di Berlino per Wired.it con Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG

Berlino – C’è chi crede che anche gli oggetti abbiano un’anima e chi invece sostiene che dovrebbero avere un profilo su Facebook. O che almeno meritino un’identità digitale univoca e sempre riconducibile a loro, un nome e cognome digitali assegnati loro sin dalla nascita. In fondo siamo al Next Berlin 2012, uno degli eventi più importanti tra quelli in Europa dedicati a tecnologia e innovazione: in pratica l’unico posto dove ci si può sentir dire che anche un fustino di detersivo ha diritto ad avere un’identità online. E che questa può esistere senza neanche bisogno di connettere al web il fustino in questione tramite apposito modulo wi-fi.

Follia? Niente affatto. Per capire meglio di cosa si parla, basta partire dall’inizio: “Sempre più persone hanno un account su Facebook, dove costruiscono un profilo che le identifica in maniera univoca partendo da nome e cognome”, spiega Andy Hobsbawm, fondatore e CMO di EVRYTHNG. “Se lo stesso venisse fatto con qualsiasi oggetto o prodotto, se a ogni cosa si assegnasse una ID che ne identifichi univocamente la sua rappresentazione digitale, ecco che si aprirebbero prospettive molto interessanti”.

Già, perché se diamo un’ identità digitale agli oggetti fisici, se ogni cosa – dal sapone per i panni a una singola automobile – può avere in Rete la proprio url, allora “possiamo creare tutta una serie di servizi innovativi intorno ad esse”. E quando l’utente cerca in Rete un prodotto, se lo trova stabilisce con esso una connessione, uno scambio di informazioni in entrambe le direzioni: da una parte ci siamo noi che raccogliamo informazioni sul prodotto; dall’altra il prodotto stesso, ora dotato di un’identità, diventa un canale aperto di comunicazione bidirezionale tra chi lo ha prodotto e chi lo compra, che cede informazioni sui propri gusti e interessi. E che intorno a questo o a quel prodotto può avviare una conversazione con altre persone.

A questo punto si potrebbe obiettare che ciò già avviene ogni volta che un utente pubblica un commento o una foto su Facebook, ad esempio per dire qual è la sua bibita preferita. Hobsbawn non è d’accordo: “La grossa differenza qui è che oggi gli oggetti di cui le persone parlano online non hanno una loro identità univoca cui fare riferimento. Quando postiamo su Facebook la foto di un prodotto, tutto ciò che facciamo è riferire quell’oggetto a noi stessi, perché noi abbiamo un profilo mentre la cosa che descriviamo no, in quanto essa non vive da nessuna parte nella Rete”.

Messo di fronte all’uso del verbo vivere per definire la presenza in Rete di un oggetto, ho un attimo di cedimento….

Continua a leggere su Wired.it dove questo articolo è stato originariamente pubblicato sotto licenza Creative Commons.

{ 0 comments }

Sempre più pigrilentisvogliati gli esseri umani si avviano inesorabilmente verso l’immobilità, prigionieri di una vita sedentaria apparentemente senza via d’uscita.  A poco serve sapere che “il nostro corpo è ‘progettato’ per fare almeno trenta chilometri al giorno”, come ricorda Nerio Alessandri, presidente e fondatore di Technogym. “La verità è che negli ultimi cento anni siamo passati d a 30 a 15 chilometri giornalieri; negli ultimi venti anni da 15 a un solo chilometro e, infine, negli ultimi tre anni, da 1 a meno di 0,5″. Può andare peggio di così? Pare di sì: “Se non si inverte la tendenza, presto saremo sotto una media di 300 metri al giorno”.

Muoversi è dunque la parola d’ordine perché “sotto il profilo mentale e metabolico il corpo soffre terribilmente la sedentarietà. È come tenere una macchina sempre in garage: si sgonfiano le gomme, si scarica la batteria, arriva la ruggine. Ma c’è modo e modo: spesso chi fa attività fisica la vive come un evento isolato nella giornata, come un compito più o meno ingrato a cui sottoporsi per curare il proprio aspetto. Il sacrificio rituale da compiere in nome dell’apparire. Ed è l’approccio più sbagliato possibile”.

Lasciamo perdere gli sportivi di professione, che fanno conto a parte: quello che serve per tutti gli altri è uno stile di vita diverso, fatto di piccole scelte solo apparentemente ovvie, oltre che di esercizi e attività fisica mirati fuori e dentro la palestra. Un costante impegno a interrompere la sedentarietà con tanti piccoli gesti che si rende necessario perché  - come confermano a più riprese studi medici di ogni genere – di sedentarietà si muore.

L’ultimo memento mori arriva dall’Australia, e più precisamente dall’Università di Sydney, dove un gruppo di ricerca ha interrogato circa 200 mila persone con età media di 45 anni fra il 2006 e il 2008 per poi concludere che – senza troppa sorpresa -  restare seduti a lungo fa male ai vasi sanguigni e al metabolismo. Bella scoperta, direte voi. Il problema è quanto male: secondo il coordinatore della ricerca Hidde van der Ploeg, le persone che restano sedute più di 11 ore al giorno hanno il 40 per cento di possibilità in più di morire entro tre anni rispetto a coloro che restano seduti per meno di 4 ore. C’è poco da stare allegri. E molto da cambiare nelle nostre abitudini.

Ben venga dunque una nuova filosofia del movimento. Ognuno può chiamarla come preferisce. Alessandri nel ‘91 l’ha battezzata Wellness coniando un termine intorno a cui – da buon imprenditore – ha costruito una multinazionale presente in cento paesi, con 25 milioni di persone che ogni giorno si allenano grazie a 52 mila istallazioni fra Tapis roulantcyclettestepper e quant’altro

Non male per uno che ha cominciato in un garage nel 1983, quando a 22 anni progettava e costruiva con le proprie mani le prime macchine da allenamento (la seconda, chiamata Unica, è ancora tra le più vendute del marchio).

“Non avevo telefono – racconta il presidente di Technogym - e per gestire gli ordini in parte ricevevo chiamate a casa di un parente, in parte mi chiudevo in una cabina telefonica pubblica con intere sacche di gettoni al seguito”

Startupper ante litteram, oggi Alessandri guida un’azienda italiana con la maggior parte del fatturato all’estero e con 2500 dipendenti, 200 dei quali impegnati in ricerca e sviluppo. Che da 5 olimpiadi è fornitrice esclusiva dei Giochi, “straordinario banco di prova con la crema dello sport mondiale”. E che fa soldi promuovendo uno stile vita sano da cui tutti traggono giovamento: “Lo Stato, perché spende meno in Sanità, le aziende perché dipendenti più sani lavorano meglio e sono più creativi, e ovviamente le persone, che stanno meglio e sono più felici”.

E se l’attività fisica non deve essere un fatto episodico ma uno stile di vita, ecco che nuove opportunità di business: necessario seguire l’utente ovunque esso vada e motivarlo passo dopo passo a fare scelte salutari, come camminare o fare una rampa di scale invece che prendere l’ascensore. Per far ciò Technogym, ha da qualche tempo messo sul mercato la MyWellness key, un dispositivo che ti segue ovunque e misura la tua attività grazie a un accelerometro controllato da un software dedicato. “La chiave è un ‘motivatore’: per i primi 5 giorni ti dà un obiettivo e ti studia, mentre dal sesto giorno inizia a darti compiti coerenti con il tuo stile di vita – spiega Alessandri - Se sei sportivo ti spinge ad allenarti, se sei sedentario ti stimola a muoverti”. Alla fine della giornata, l’utente vede su un display quanto ha completato del suo obiettivo, e poi può caricare i risultati sul sito MyWellness.com, dove ha un profilo che riassume ogni sua attività e gli consente di fare un bilancio.

Niente social networking o integrazione con piattaforme online dedicate? “Entro la fine dell’anno provvederemo anche a quello”, anticipa Nerio Alessandri, confermando come l’aspetto del confronto e della condivisione online sia sempre più importante nell’esperienza quotidiana delle persone.

Anche quando devono mantenersi in forma.

nota: Questa intervista con Nerio Alessandri, Presidente  Technogym, è stata realizzata per Wired.it e originariamente pubblicata qui. Aggiungo in questo post un’integrazione: quando nel 2008 intervistai Tim O’Reilly per il IlSole24ore, l’editore americano mi raccontò la storia di come era diventato uno dei Web Evangelist più noti al mondo. Ripescando dal mio archivio:

«Nel 1992 assumemmo un nuovo responsabile pr per il lancio del libro “The Whole Internet User’s Guide & Catalog”. Al tempo, fu proprio lui a spiegarmi – racconta O’Reilly – il principio fondamentale per cui le persone non si interessano ai libri, ma alle idee e che quindi dovevamo lavorare per vendere quest’ultime». Così facendo, la vendita dei libri, ovvero del supporto cartaceo a quelle stesse idee, si sarebbe quasi trasformato in qualcosa di molto simile ad un benefico “effetto collaterale” dell’essere “opinion leader” del settore.

Ha funzionato? Due elementi a sostegno del sì: in primo luogo, il libro “The Whole Internet User’s Guide & Catalog” ebbe un enorme successo, fu il primo testo su Internet a diventare popolare e venne presto indicato dalla dalla New York Public Library come uno delle pubblicazioni più significative del 20esimo secolo. In secondo luogo che Tim O’Reilly è diventato negli anni uno dei più accreditati divulgatori della Rete nonché un editore di grande successo.

E’ il marketing delle idee. Riporto questo passaggio perché, parlando con Alessandri, mi sono reso conto che in qualche modo lui ha fatto qualcosa di simile: non ha semplicemente lavorato per vendere macchine e strumenti da allenamento, ma fin dall’inizio ha investito su un’idea, quella della “Wellness”, dove l’uso dei macchinari è solo una parte (per quanto importante) della ricetta per vivere meglio.

Un buon insegnamento per tutti.

 

 

{ 0 comments }

Dopo aver parlato di start up all’italiana e di open source nella PA, è letteralmente tempo di “cambiare musica”: su L’Espresso di oggi, pagine 134 – 137, trovate un pezzo scritto a quattro mani con Diletta Parlangeli (cui peraltro va il merito di aver individuato l’argomento) e intitolato “Se il Pc spegne la musica”. Questo il catenaccio:

“Le Major fanno chiudere i siti e chiedono leggi anti-download. Ma la repressione rischia di essere un boomerang. Così si cercano altre strade”.

Di seguito, la copertina del pezzo nella sua versione per iPad. Subito sotto, l’incipit del pezzo, tanto per invogliarvi a leggerlo. Poi un’anticipazione.

 

 

La pirateria online? «Non si può combattere. Le Major dovrebbero accettare la realtà e sfruttare il fenomeno a loro vantaggio”.  E’ la voce di Dave Kusek – Vice Presidente del Berklee College of Music e co-autore di “The future of Music” - che suona fuori dal coro mentre si consuma un conflitto globale tra l’industria che produce musica e chi la scarica illegalmente in rete. Ultima battaglia della lunga guerra, la chiusura del sito di file hosting Megaupload, servizio cui 150 milioni di utenti nel mondo affidavano i proprio file e che le autorità statunitensi hanno sequestrato con un’operazione senza precedenti.

La “crociata” delle Major

D’altronde, è contro la pirateria digitale che l’industria punta il dito quando si parla di crisi del settore. Prova ne è il Digital Music Report 2012, ultima edizione dell’annuale ricerca realizzata per conto della Federazione internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI): «Più di un utente su 4 (28%) fruisce illegalmente di musica online». E se è pur vero che, nel 2011, il mercato digitale globale è cresciuto dell’8% per superare i 5,2 miliardi di dollari di ricavi, altrettanto vero è che «la crescita registrata non riesce a temperare la perdita del mercato fisico, che prima reggeva il 40-50% del fatturato» come fa notare Alberto Cusella, discografico con alle spalle vent’anni in Warner. «La musica non è affatto in crisi. Ad essere in crisi è il mercato» aggiunge.

Il seguito su L’Espresso di oggi (“L’uomo che fa tremare il Centro Sinistra”) pagine 134- 137

PS: quest’anno con Diletta e alcuni degli intervistati saremo anche al Festival del Giornalismo di Perugia, dove abbiamo organizzato un panel per discutere di come cambia l’informazione musicale nell’era post-MySpace.

A breve dettagli anche su questo, so stay tuned!

Update: il pezzo ora è disponible online: “Discografici, reputazione k.o.

Update 2: sono disponibili anche le info relative al panel che abbiamo organizzato per il Festival del Giornalismo di Perugia, intitolato “Il giornalismo musicale nell’era del dopo MySpace

{ 4 comments }

Cinque anni fa incontrai per la prima volta Chris Anderson a Milano, dove venne per parlare di “Coda Lunga”. Ieri un nuovo incontro a Roma, dove è giunto per aprire oggi l’evento World Wide Rome, secondo appuntamento del ciclo di conferenze organizzate da Tecnopolo Spa e Asset-Camera “per fare decollare davvero la cultura digitale”.
Due incontri, due interviste, la seconda delle quali – concessa in esclusiva – è Oggi su Il Sole 24 Ore, a pagina 23 e si intitola “Il Design, la marcia in più dell’Italia“. Eccone l’Incipit:

La rinascita economica di una nazione si costruisce sulla sua eredità culturale. E se il Paese in questione è l’Italia, allora si è avvantaggiati in partenza. La marcia in più, figlia di una cultura intrisa di ogni forma d’arte è «il Design (con la “d” maiuscola ndr), che si rivela centrale alla ripartenza dell’industria nel mondo e per il quale il Paese gode di grande credibilità a livello globale». Parola di Chris Anderson, direttore di Wired US e guru dell’innovazione di fama internazionale, oggi a Roma per World Wide Rome, secondo appuntamento del ciclo di conferenze organizzate da Tecnopolo Spa e Asset-Camera.

Continua a leggere sul sito de IlSole24ore

Nel caso vi interessi la prima intervista, ancora attuale, iniziava invece così:

Conversando con Chris Anderson (Wired Magazine)
Quando il direttore di Wired Magazine viene in visita a Milano, l’unica è prendere il primo treno e andare ad intervistarlo. Fortuna vuole che Chris Anderson sia non solo l’autore dell’ormai famoso libro “The Long Tail” (2006), ma anche un giornalista e un blogger che sa ben apprezzare una conversazione in puro stile web2.0.
Con mezz’ora abbondante a disposizione, abbiamo chiacchierato amabilmente di “Coda Lunga” e della libertà di scelta che essa finalmente concede al consumatore, ma anche della cosiddetta “social networking revolution” e di come questa stia influenzando il modello economico descritto da Anderson nella sua affascinante teoria.
Teoria che, dopo due anni di studio e approfondimento, l’editor-in-chief di Wired ha ritenuto opportuno estendere oltre i confini del solo media and entertainment market, ipotizzandone l’applicazione praticamente in qualsiasi contesto commerciale.

Continua a leggere “Conversando con Chris Anderson

{ 0 comments }

Oggi su Affari&Finanza di Repubblica Ernesto Assante torna a parlare dell’infinita “battaglia dei diritti d’autore” in corso tra Youtube (ovvero Google) e una serie di “titolari di copyright”, dove quest’ultimi sembrano più che mai decisi a far cancellare i propri contenuti dal noto sito di video-sharing. Dopo Viacom e l’italiana Mediaset, ora è la Warner che attacca frontalmente il servizio creato da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim e chiede cancellazioni a tappeto.

Recentemente ho avuto il piacere di incontrare Marissa Mayer, vicepresidente Search Products & User Experience di Google, e di parlare con lei dei motori di ricerca del futuro. Alla fine dell’incontro, non ho potuto fare a meno di chiederle un commento sull’azione legale che Mediaset ha intentato l’estate scorsa nei confronti di Youtube e della quale, peraltro, ancora non si conosce l’esito.

La risposta è stata diplomatica ma ferma: senza mai nominare l’azienda di proprietà di Silvio Berlusconi, la Mayer si è limitata a ricordare come funziona Youtube e a sottolineare cosa significhi realmente “gestirlo”: «Noi non possiamo controllare a priori tutti i contenuti che vengono caricati sul sito – ha spiegato – perché filtrare di 57mila nuovi video a settimana è semplicemente impossibile. Però chiediamo a tutti i nostri utenti di aiutarci e di segnalare ogni abuso dando loro contemporaneamente gli strumenti necessari per farlo».

Traducendo, nella visione di Google, Youtube (e, più in generale, tutti i servizi del web2.0) è “patrimonio comune”, ovvero un servizio che ha bisogno della collaborazione di tutti non solo per esistere e funzionare quando questi “caricano” contenuti, ma anche per essere disciplinato e impedire gli abusi.

E per “tutti” la Mayer intende anche (se non per primi) gli stessi detentori dei copyright che oggi chiedono “giustizia”: «Per loro abbiamo realizzato il programma “Video ID” – taglia corto – grazie al quale in qualsiasi momento possono bloccare, promuovere o persino monetizzare i video caricati su Youtube». Sta a loro decidere.

Insomma, se si vuole vedere rispettati i propri diritti (d’autore), basta chiederlo. Prima di farlo, i diretti interessati farebbero tuttavia meglio a domandarsi se, nell’era del web 2.0, sia davvero giusto restare asserragliati nelle caverne a difendere un principio che, così com’è, ormai puzza di muffa e recessione.

{ 0 comments }

Di seguito, la mia intervista con Tim O’Reilly pubblicata ieri su Nova24 – IlSole24Ore (per il video in inglese clicca qui).

La crisi economica planetaria vista come un’opportunità di rinascita, di rinnovamento. Il propellente che imprime spinta ed accelerazione ad un processo di selezione naturale in ogni caso inevitabile, alla fine del quale tutti i ‘rami secchi’ della web economy saranno eliminati, secondo il ciclo ricorrente di ogni rivoluzione tecnologica.

[Continua a leggere…]

{ 2 comments }

Oggi Yahoo! Italia e 3 Italia inaugurano a sorpresa un’inedita partnership ed un nuovo business comune che integra connettività, servizi, contenuti e raccolta pubblicitaria.

Il primo risultato tangibile di questo accordo è la Yahoo! Internet Key, un modem HSPA USB che consente di accedere ad una versione “customizzata” del portale americano attraverso la banda larga mobile di Tre.

“L’accordo con Yahoo! è solo il primo passo, la prima applicazione di un’idea nata circa sei mesi fa in 3 Italia – spiega a Blogs4biz Andrea Gualtieri, direttore Divisione Dati – e che consiste nel far vendere connessione direttamente a chi produce contenuti o eroga servizi destinati ad internet”.
[Continua a leggere…]

{ 0 comments }

Blogs4biz intervista Leonardo Camiciotti (TOP-IX)

by Alessio Jacona on 27/06/2008

Leonardo Camiciotti, devt. program manager per TOP-IX, racconta l’attività di “incubatore atipico” svolta dal consorzio TOrino Piemonte Internet eXchange e propone un bilancio del recente Techgarage ’08 di Roma. C’è inoltre il tempo per descrivere il profilo delle tre aziende vincitrici e per sottolineare i limiti che accomunano molte startup nostrane.

Se la cosa è di vostro interesse, basta cliccare su “continua” e guardare il video dell’intervista. I commenti sono benvenuti.

[Continua a leggere…]

{ 0 comments }