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tecnologia

L’italia delle startup è su L’Espresso

by Alessio Jacona on 20/01/2012

Dov’è l’Italia delle startup” è il titolo dell’ultimo pezzo scritto per L’Espresso e pubblicato sul numero di oggi (“Come ti prendo gli evasori”) dopo aver sentito Marco Palladino (Mashape), Antonio Tomarchio (Beintoo), Marco Magnocavallo (Principia), Gianluca Dettori (DPixel), Barbara Labate (Risparmiosuper), Guk Kim (Cibando), Mirko Trasciatti (Fubles), Max Ciociola (Musixmatch) e Riccardo Donadon (H-Farm).

Eccone di seguito l’attacco, qui più lungo e articolato di quello uscito sul giornale dove è stato ridotto e adattato per motivi di spazio:


Un dollaro a testa. Se nel 2011 il Venture Capital italiano avesse deciso di distribuire tra tutti gli italiani il denaro che ha investito in startup tecnologiche, tanto ci sarebbe arrivato in tasca. Non un soldo in più.

E’ poco? Secondo i dati diffusi a fine dicembre nella ricerca intitolata “Theory Vs Reality – Venture Capital in Europe”, realizzata dagli svizzeri di Verve Capital Partners, il VC nostrano è ultimo tra quelli europei per investimenti in “start-up innovative che potenzialmente possono dare nuova linfa alla creazione di posti di lavoro e pilotare lo sviluppo dell’industria”. Meglio di noi hanno fatto “piccolo nazioni” come l’Austria (10$), il Portogallo (7$) e persino la Grecia (3$).

Quindi sì, è poco: specie in un momento di profonda crisi dei mercati internazionali, dove il mantra è “rilanciare l’economia a tutti i costi”. «Il problema è anche che chi investe in Italia non sa comunicare il proprio operato, trasmettendo l’idea di un mercato immobile che non corrisponde alla realtà», fa tuttavia notare Marco Magnocavallo, imprenditore di lunga esperienza e oggi Partner del Venture Capital italiano Principia (Ex Quantica).

In ogni caso il campanello d’allarme suona forte e chiaro: perché l’Italia non è un Paese per startup? E può diventarlo? Se sì, come?

Lungi dal voler esaurire l’argomento, questo articolo costruito su le testimonianze di chi si “sporca le mani” nel settore vuole essere soprattutto uno stimolo alla discussione sul tema.

Quindi commenti e integrazioni sono – come sempre – benvenuti.

UPDATE: il pezzo è disponibile anche sul sito de L’Espresso

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Dicembre 2009. Durante un’intervista con Michael Arrington (Techcrunch), Mark Zuckerberg – fondatore di Facebook – afferma che, se si fosse trovato a lanciare in quel preciso momento la sua piattaforma di social networking, tutte le informazioni relative agli utenti sarebbero state di default pubbliche invece che private. Poi spiega anche perché:

People have really gotten comfortable not only sharing more information and different kinds, but more openly and with more people. That social norm is just something that has evolved over time.

Oggi, dopo un doloroso scontro frontale con la Federal Trade Commission, il giovane CEO del più grande social network al mondo sembra essere sceso a più miti consigli.

Overall, I think we have a good history of providing transparency and control over who can see your information.

That said, I’m the first to admit that we’ve made a bunch of mistakes. In particular, I think that a small number of high profile mistakes, like Beacon four years ago and poor execution as we transitioned our privacy model two years ago, have often overshadowed much of the good work we’ve done. [...] But we can also always do better. I’m committed to making Facebook the leader in transparency and control around privacy.

Quando si dice “cambiare rotta”.

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E’ solo grazie alla pazienza di Sergio se oggi, dopo mille rinvii, inizio a collaborare con Apogeonline.com. E lo faccio con un pezzo intitolato “Dati personali, il petrolio dell’economia digitale”, frutto di più interviste e contributi messi insieme negli ultimi mesi.

Ecco l’occhiello:

Benzina per il web sociale, ricchezza per chi ci mette le mani sopra. Tra privacy e publicy, il dibattito sulle posture sociali dei cittadini digitali non è mai stato così movimentato.

Ed eccone di seguito i primi due paragrafi, tanto per invogliarvi alla lettura:

Vogliono le nostre identità, sapere cosa pensiamo, sogniamo, desideriamo. Chi sono i nostri amici, quali i nemici, e che genere di relazioni ci legano a loro. Hanno bisogno di seguire ogni nostro movimento, documentarlo, catalogarlo e analizzarlo. Come nello splendido The Matrix, dove software senzienti sottomettono e sfruttano esseri umani trasformati in batterie viventi, così i giganti della rete (quelli con la G maiuscola, per intenderci) ci intrappolano con ogni genere di servizio “gratuito” e si nutrono dello “storytelling” delle nostre vite. O meglio, della sua puntuale rappresentazione digitale in forma di dati personali, mietuti e raccolti come fossero messi con strumenti sempre nuovi e imprevedibili.

PREZZO DA PAGARE
Un incubo? Non necessariamente. Forse è il prezzo da pagare per vivere nella società dell’informazione e forse viviamo davvero nell’era di quella che Stowe Boyd ha definito Publicy, dove contrariamente al passato tutto è pubblico di default e semmai bisogna decidere cosa debba essere privato. Del resto Mark Zuckerberg, giovane fondatore di Facebook, lo va dicendo ormai da anni che «il costume è cambiato e oggi le persone che si connettono online per interagire tra loro preferiscono condividere piuttosto che nascondere». Peccato che il ragazzo pontifichi sull’argomento mentre siede comodamente su un colossale conflitto di interessi.

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E’ possibile quantificare e definire quali siano gli effetti che la diffusione degli strumenti di social networking e delle altre tecnologie ablitanti portate in dote dal web2.0 stanno avendo sul contesto europeo?

E’ quel che prova a fare uno studio  pubblicato a fine  novembre dall’Institute for Prospective Technological Studies (IPTS) e intitolato, significativamente, “The impact of Social Computing on the EU Information Society and Economy”. Leggendolo, il primo dato che emerge è che il 41% degli utenti Internet europei partecipano alla “grande conversazione” in atto frequentando social network, blogs, siti di foto e video sharing, prendendo parte a online multi-player games o usando piattaforme collaborative per la creazione e condivisione dei contenuti. Percentuale che sale al 64% se si considera la sola fascia d’età fino a 24 anni. In parole povere: il social computing (leggi anche web2.0) è diventato mainstream anche in Europa.

Nella premessa si legge:

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Provate a immaginare di sedervi davanti al vostro computer, accenderlo e iniziare a navigare in Rete oppure a scrivere il testo di una mail usando la sola forza del pensiero. Fantascienza? Non proprio. O forse è il caso di dire “ancora non per molto”.

Secondo i ricercatori di Intel, della Carnegie Mellon University e dell’Università di Pittsburgh, entro il 2020 i chip da impiantare nel cervello per telecomandare con le onde cerebrali ogni genere di apparato usciranno dai romanzi della lettura cyberpunk per entrare nella nostra vita di tutti i giorni. E quindi cambiarla per sempre.

Al momento la ricerca è incentrata sull’individuazione dei “brain pattern”, gli schemi fissi di funzionamento del cervello (evidenziati da una risonanza magnetica funzionale) che poi dovranno essere associati in maniera univoca a parole, immagini, idee e quant’altro passi per la mente di una persona.

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