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Dicembre 2009. Durante un’intervista con Michael Arrington (Techcrunch), Mark Zuckerberg – fondatore di Facebook – afferma che, se si fosse trovato a lanciare in quel preciso momento la sua piattaforma di social networking, tutte le informazioni relative agli utenti sarebbero state di default pubbliche invece che private. Poi spiega anche perché:

People have really gotten comfortable not only sharing more information and different kinds, but more openly and with more people. That social norm is just something that has evolved over time.

Oggi, dopo un doloroso scontro frontale con la Federal Trade Commission, il giovane CEO del più grande social network al mondo sembra essere sceso a più miti consigli.

Overall, I think we have a good history of providing transparency and control over who can see your information.

That said, I’m the first to admit that we’ve made a bunch of mistakes. In particular, I think that a small number of high profile mistakes, like Beacon four years ago and poor execution as we transitioned our privacy model two years ago, have often overshadowed much of the good work we’ve done. [...] But we can also always do better. I’m committed to making Facebook the leader in transparency and control around privacy.

Quando si dice “cambiare rotta”.

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Mobile in-app sharing: Twitter batte Facebook 3 a 1

by Alessio Jacona on 12/10/2011

La notizia è che, quando si parla di “mobile in-app sharing”, ovvero di come gli utenti delle app sfruttino l’integrazione tra quest’ultime e i social network per condividere informazioni, Twitter assesta dei sonori schiaffoni persino a Facebook.

Scrive Ryan Kim su Gigaom, citando una ricerca Localytics:

User by user, Twitter integrations on mobile apps drive three times as much sharing as Facebook integrations.

Nel dettaglio, Localytics ha preso in considerazione tutte le applicazioni mobile disponibili su Android, iPhone, iPad, BlackBerry e Windows Phone 7 con più di 500 utenti attivi mensili, mentre il periodo di riferimento va dal gennaio al luglio 2011. Dall’analisi risulta che il 20 per cento di tutte le applicazioni è dotato di funzionalità per la “social integration” attraverso Facebook o Twitter:

Facebook is the most popular social network by far: 10 percent of all apps connected to Facebook only, compared to just one percent of apps that connect to Twitter only. Nine percent of apps connect to both Twitter and Facebook.

La preponderanza di Facebook tra i servizi usati per fare mobile in-app sharing dipende quasi certamente dai numeri sbalorditivi che il Social Network vanta in termini di user. Con 800 milioni di utenti, di cui 350 collegati via mobile, esso risulta chiaramente più appetibile agli occhi degli sviluppatori che non Twitter, mentre l’enorme massa di iscritti fa sì che, in termini assoluti, esso risulti anche essere la piattaforma dove si condivide di più.

Eppure il primato del social network di Zuckerberg è solo apparente:

Compared to Twitter, Facebook overall generated twice as many events, which Localytics counts as sharing, liking or following by a person from an app. But on a pound for pound basis, Twitter won out handily when it came to driving user engagement. The average Twitter user shared three times as many events than the average Facebook user.

Il motivo è probabilmente da ricercarsi nel fatto che su Facebook l’utente medio cerca la condivisione con gli amici, mentre su Twitter ha un approccio più votato al broadcasting e al rilancio rapido di ogni genere di informazioni.

Quale che sia la ragione, se ai findings di Loyalitics aggiungiamo anche che Twitter è recentemente risultato essere il social network attraverso cui si vende meglio, ecco che l’integrazione in-app sin dalle prime fasi di sviluppo si rivela cruciale per chiunque stia sviluppando applicazioni dedicate alla vendita di servizi e prodotti.

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Facebook Timeline is (almost) here

by Alessio Jacona on 22/09/2011

Zuckerberg starring at the  F8 developer Conference:

“Timeline is the story of your life and all the tools you need to express yourself. The beta period starts now”

And there it is:

facebook_timeline

Or better, there’s its presentation. Right now if you try to hit “Sign me up” (in Italy at least) it says the service will be available soon.

Look forward to trying it.

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Google pubblicizza Google+

by Alessio Jacona on 21/09/2011

La pagina bianca, pura e intonsa, con cui Google da sempre ci presenta la striscia del suo motore di ricerca è anche uno degli spazi pubblicitari più ambiti al mondo. Chi infatti non vorrebbe mettere il proprio adv in un luogo della rete frequentato da 99 milioni di utenti unici a settimana?

Una miniera d’oro (quasi) mai sfruttata, la home di Google, che proprio grazie all’approccio grafico super-minimalista ha contribuito negli anni definire l’immagine del motore di ricerca ed il suo brand, conferendogli tra le altre cose una certa eleganza e serietà.

Ora però a Mountain View hanno deciso di fare un piccolo strappo (è già successo in passato, seppur molto raramente) per pubblicizzare l’apertura al pubblico della loro recente creatura di Google+. Niente di invasivo: solo una delle tante animazioni che si attivano cliccando sul logo in home, e che in questo caso fa apparire una freccia blu indicante il link d’accesso a Google+ (vedi screenshot sotto).

Uno strappo alle ferree regole di comunicazione e immagine di Google che sembra testimoniare al contempo due cose: un’evoluzione nel modo di presentarsi al mondo del colosso americano, forse maturata a seguito dell’avvicendamento ai suoi vertici; ma anche e soprattutto quanto sia importante per l’azienda il suo neonato progetto “anti-facebook”.

Ora la domanda è: siamo di fronte all’ennesima e finale “spinta” impressa a un social network già ben lanciato e che ora apre finalmente al pubblico, oppure la scelta inusuale è dettata dalla necessità di ravvivare l’interesse dell’utenza (reale e potenziale) che secondo molti esperti sarebbe già in declino?

Update:

Andrea contino mi chiede nei commenti e dal suo blog cosa penso delle parole di Stewe Boyd, il quale senza mezzi termini dice che G+ plus è morto:

Google+ is dead. At worst, in the coming months, it will literally fade away to nothing or exist as Internet plankton. At best, it will be to social networking what Microsoft’s Bing is to online search: perfectly adequate; fun to stumble onto once in awhile; and completely irrelevant to the mainstream web.

Boyd non è l’unico a pensarla così. Ieri ho letto un post di Dan Reimold, blogger di grande seguito, che paragonava il numero di rilanci che i suoi post hanno su Twitter, Facebook e Google +, con quest’ultimo che ne usciva con le ossa rotte. Dal canto suo, il giornalista Rainbow Rowell lo ha definito con splendida cattiveria come “una città fantasma senza neanche i fantasmi rimasti a infestarla.”

Io avrei la stessa impressione, ma vedo anche che questi pareri si basano tutti su dati raccolti empiricamente intorno a singoli account che, per quanto seguiti possano essere, probabilmente non riescono ad essere rappresentativi di quanto accade in un SN da 25milioni di iscritti.

In assenza di dati più precisi, temo comunque avesse ragione Paul Tassi quando su Forbes scriveva che, semplicemente, la gente non ha il tempo per un altro social media.

La verità è che c’è posto solo per un Facebook, e chi arriva dopo Zuckerberg ha solo due possibilità: creare qualcosa che sappia prendere il posto dell’onnipresente SN, oppure fallire.

Del resto, tutti noi abbiamo anche una vita reale da vivere, no?

google+ adv

via

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Studio: su Twitter si vende meglio che su Facebook

by Alessio Jacona on 14/09/2011

Volete vendere attraverso i social media? Scegliete Twitter. L’ennesimo studio sulle abitudini di acquisto degli utenti online (edit: negli USA), realizzato da Kantar Media Compete e intitolatoOnline Shopper Intelligence Study, promuove a sorpresa la cinguettante piattaforma di micro-blogging e, cosa ancora più interessante, lo fa proprio mentre praticamente chiunque indica in Facebook la madre e il futuro di ogni commercio in rete.

The survey was given to 2,574 online purchasers (US consumers only n.d.r.)who shopped between July 14 and August 8, 2011 and here’s what they found out.

35% of respondents said that Twitter feeds had an influence on their purchase decisions. Only 23.5% had the same thing to say about Facebook.

Trattandosi di uno studio cross-channel, l’analisi non si ferma ai due giganti della rete e rivela anche altre notizie interessanti, come ad esempio il fatto che l’email marketing non solo non sarebbe morto, ma anzi godrebbe di buona salute.

Kantar Media Compete’s study also found that nearly one in three consumers receive more than 20 emails from retailers in a week. And in good news for retailers relying on email, 89 percent of respondents at least occasionally click through to a retail site from an email or visit a retail site immediately after reading an email.

C’è anche dell’altro, a partire dalla notizia – forse un po’ scontata – che lo shopping online sia tutta una caccia allo sconto, alla promozione e al prezzo stracciato, per arrivare al dato che per tre intervistati su quattro la spedizione gratuita è requisito fondamentale per procedere all’acquisto. Detto questo, il resto lo trovate nel rapporto KMC.

La domanda che però resta senza risposta è perché un maggior numero di utenti si dicano più influenzati da Twitter che da Facebook negli acquisti online. Forse ha ragione Cinthia Boris quando dice che il primo, muovendosi molto più velocemente del secondo, alla fine prevale forse perché offre un maggior numero di occasioni da cliccare nella stessa unità di tempo.

Per conto mio aggiungerei che forse sono proprio la brevità dei messaggi e la velocità con cui essi scorrono nelle nostre timeline a renderli drammaticamente efficaci nello stimolare l’acquisto compulsivo di prodotti di ogni tipo.

E secondo voi?

UPDATE: per amor di precisione ho chiesto via mail alla referente del progetto, Debra Miller Arbesman, a quale mercato fa riferimento la ricerca. Dopo meno di mezz’ora (!!) la signora mi ha risposto che “The survey is of US consumers only”.

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State of the Media: The Social Media Report è il nome dell’ultimo lavoro targato Nielsen, fresco di pubblicazione e focalizzato sul mercato americano. Se disponete di sufficiente tempo e motivazione, potete consultare qui la versione completa del report.

Se invece avete fretta ma non volete perdervi il meglio, allora date un’occhiata agli highlights qui sotto:

1) I blog non sono morti: Social networks and blogs continue to dominate Americans’ time online, now accounting for nearly a quarter of total time spent on the Internet

2) Gli americani sono pazzi per Facebook: At over 53 billion total minutes during May 2011, Americans spend more time on Facebook than they do on any other website

3) In molti lo credevano morto e invece va alla grande: Tumblr is an emerging player in social media, nearly tripling its audience from a year ago

4) Davanti al pc non c’è (quasi) più nessuno: Nearly 40 percent of social media users access social media content from their mobile phone

5) Immigrati digitali vs nativi digitali = 1-0: Internet users over the age of 55 are driving the growth of social networking through the Mobile Internet

6)  Nella Grande Mela lo shopping è digital: 70 percent of active online adult social networkers shop online, 12 percent more likely than the average adult Internet user

7) Quando si parla di social networks, tutto il mondo è paese: Across a selection of 10 global markets, social networks and blogs are the top online destination in each country, accounting for the majority of time spent online and reaching at least 60 percent of active Internet users

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Stefano ha avuto una bella idea: con le Amministrative 2011 alle porte, si è chiesto: cosa succederebbe se le preferenze accordate dagli elettori ai politici su Facebook – i “like”, insomma – si trasformassero in voti?

Probabilmente uno scenario molto diverso da quello che sarà disegnato dall’esito delle amministrative che proprio da oggi vedono coinvolti centinaia di migliaia di cittadini italiani: De Magistris sbanca a Napoli, Fassino vince di tre lunghezze a Torino, Corticelli arriva con fatica al successo seguito dappresso da Bernardini, Zedda vince a Cagliari, Pisapia trionfa a Milano.

I responsi di Facebook hanno qualche validità per predire i reali risultati elettorali? Sicuramente no, ma sono un buon indicatore della capacità dei candidati di “essere” online ed aprirsi al dialogo con gli utenti. Non è un caso che candidati meno noti e meno presenti nei canali di comunicazione tradizionale abbiano su Facebook più sostenitori di nomi blasonati della politica italiana. Oggi l’ago della bilancia – quanto a capacità di influenzare gli esiti elettorali – pende ancora pesantemente verso i media mainstream, ma in un futuro non troppo lontano il ruolo degli strumenti conversazionali è destinato a crescere d’importanza. La rete fornisce gli strumenti per restituire alla politica quella dimensione di dialogo e di confronto che si è inesorabilmente persa con la televisione. Gli elettori pian piano inizieranno a capirlo. E cominceranno a dare un peso sempre maggiore alla disponibilità al dialogo dimostrata dai candidati. Una disponibilità al dialogo che non può e non deve fermarsi alla richiesta del voto.

Il risultato è una interessante infografica che trovate dopo il salto:

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A few days ago in Paris I had a nice chat with Matt Mullenweg – founding developer of WordPress – about the popular open-source blogging software and its future developments, as well as the way in which WP helps democracy along with anything else that enabes open communications, transparency and publishing.

There was also time to point out that Rambo is blogging on WordPress and that the partneship with Microsoft won’t eventually lead to any acquisition.

And when at end I asked him “if you had to start developing today, on what would you like to work?”, Matt answered “On e-mail, which I think is still really painful”, adding that what Facebook is doing goes in the right direction.

So let’s just hope that he really will, one day or another.

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- Attenzione: update alla fine –

diasporaA fine settembre ero a New York per partecipare alla O’Reilly Web2.0 Expo. Nei giorni del convegno, ho conosciuto e intervistato per Nova24 – IlSole24Ore Maxwell Salzberg e Ilya Zhitomirskiy, due dei quattro giovanissimi programmatori dietro quel progetto Diaspora, tornato oggi agli onori delle cronache con l’atteso lancio della private Alpha. E’ il primo, timido passo nel mondo reale di quello alcuni osservatori hanno soprannominato il potenziale anti-Facebook: un social network che gli utenti potranno autogestire controllando in prima persona ogni singolo aspetto della loro privacy, decidendo cosa condividere e mantenendo pieno possesso dei propri dati personali.

In attesa di vedere come andrà a finire, ecco cosa mi hanno raccontato Maxwell e Ilya durante la nostra breve chiacchierata:

Il popolo di Internet alla ricerca di privacy
Da qualche mese a questa parte, quattro ragazzi americani con poco più di vent’anni lavorano almeno 12 ore al giorno con un obiettivo che dire ambizioso è dire poco: restituire agli utenti Internet il controllo di ciò che condividono online e, soprattutto, della loro privacy.

Per riuscirvi Daniel Grippi, Maxwell Salzberg, Raphael Sofaer e Ilya Zhitomirskiy – tre studenti di informatica e un matematico – hanno pensato di creare e distribuire gratuitamente un software completamente open source che, significativamente, hanno chiamato Diaspora. Quando sarà pronto, ogni utente potrà scaricarlo, installarlo sul proprio computer, quindi gestirne le funzionalità in piena autonomia per creare degli hub indipendenti, singole “piazze virtuali” dove riunire amici, parenti, colleghi di università o di lavoro.

«Vogliamo creare negli utenti maggior consapevolezza rispetto alla privacy, ma anche dare loro più controllo sui propri dati personali», conferma Salzberg, incontrato insieme con il collega Zhitomirskiy alla web2.0 Expo di New York. E, nel farlo, i quattro programmatori lanciano una sfida aperta ai grandi social network come Facebook o Twitter, il cui funzionamento si basa sul controllo centralizzato dell’hardware, del software e soprattutto dei dati relativi agli utenti. Controllo spesso esercitato con eccessiva non chalance fino a scatenare – come più volte successo con Facebook – vere e proprie sollevazioni popolari.

«Credo che in questo momento le persone siano molto preoccupate da ciò che accade ai loro dati – spiega ancora Salzberg – che si sentano in qualche modo tradite dai vari servizi online e, inoltre, che si fossero quasi rassegnate a perdere il controllo della loro privacy. Probabilmente è per questo che la nostra iniziativa desta tanto interesse: perché in molti speravano che qualcuno facesse qualcosa e desse loro un’alternativa». Un’alternativa come promettevi essere Diaspora, appunto, che a fine ottobre dovrebbe già vedere la luce in una prima, embrionale versione “alfa” già completa di tutte le principali funzioni previste dai suoi creatori.

Intanto lo sviluppo del software procede a ritmi serrati, reso possibile anche dallo straordinario sostegno economico venuto dalla stessa comunità online: a fine maggio 2010 il team di Diaspora aveva infatti avviato una raccolta fondi tramite Kickstarter, sito di crowdfunding che consente di presentare un progetto e chiedere sostegno economico al vasto popolo della rete per realizzarlo.

Il risultato è stato un successo senza precedenti: «A donare sono stati in 6479, per un totale di 200.641 dollari. La raccolta di fondi è durata 32 giorni e si è chiusa il primo giugno, segnando un record che per ora resta imbattuto ». E pensare che i quattro ragazzi avevano chiesto solo diecimila dollari.

Impossibile non chiedere a Salzberg e Zhitomirskiy come ne gestiscono il peso di tante aspettative da soddisfare. Risponde Ilya: «C’è chi pensa che non ce la faremo mai e chi crede in noi. La verità è che, di volta in volta, noi abbiamo soddisfatto e continuiamo a soddisfare le attese. Non c’è alcuna magia – prosegue Ilya – semplicemente, lavoriamo duramente 12 ore al giorno. Qualcosa funziona al primo colpo, qualcosa invece richiede ulteriore sviluppo: ciò che ci che dà forza è sentire l’entusiasmo della gente per quello che stiamo facendo. Entusiasmo che in molti modi sta plasmando il progetto stesso, iniziato come un “sogno da nerd” e diventato qualcosa che appartiene a tutti. Insomma – conclude Zhitomirskiy – è rispettando le nostre promesse che gestiamo la responsabilità che ci è stata data».

Chiaro, diretto, lucido. Direste che ha solo vent’anni?

Update : essendo uno tra le migliaia di donatori che hanno finanziato il progetto tramite Kickstarter, ho ricevuto una comunicazione ufficiale riguardo al rilascio della alpha di Diaspora. Eccone una parte:

Alpha Invites Coming
By Daniel G. Maxwell S. Raphael S. Ilya Z.
Hello backers,

Yesterday we started sending out invites for our Alpha server at https://joindiaspora.com. We are slowly inviting people, starting with the 6500ish of all of you. We are taking baby steps in this process, fixing problems as they crop up. This is going to help us solve problems we could have never anticipated. It may take awhile for them to get to all of you. Rest assured, they are coming.[...]

These are exciting times for all of us!

Thanks for supporting Diaspora,

Maxwell

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Oggi si parte per Venezia in attesa di assistere domani – questa volta in veste di ospite – alla sesta Venice Session. Il titolo dell’evento, più che mai intrigante, è “Love in the Digital Age”, e questa è la breve presentazione:

In che modo la Rete trasforma le relazioni umane, l’amicizia, il networking, i sentimenti e il business? Come siamo cambiati e come cambieremo? Sono le domande cui Venice Sessions risponderà durante l’incontro, a porte chiuse, organizzato in collaborazione con Nòva.

Per un caso fortuito (o forse proprio perché sono sul pezzo :) ) lo scorso giugno ho avuto il piacere di intervistare Derrick de Kerckhove, direttore del McLuhan Program in Culture and Technology, e chiedergli tra le altre cose come cambia il significato della parola “amicizia” ai tempi di Facebook. Vi ripropongo di seguito l’inizio dell’intervista, ancora più che mai attuale, e che se volete potete leggere per intero su ilsole24ore.com:

«Oggi parole importanti come “amicizia” e “amico” non indicano lo status effettivo di una relazione, ma le sue potenzialità ancora tutte da esplorare», un futuro possibile che non si è ancora verificato. Derrick de Kerckhove, direttore del McLuhan Program in Culture and Technology, docente e sociologo di fama internazionale, sorride divertito mentre spiega come l’avvento dei social network, e in particolare di Facebook, stia modificando radicalmente il nostro modo di intendere i rapporti sociali, così come il significato che diamo alle parole usate per descriverli.

«Certo – chiarisce – l’avvento di internet e dei network sociali ha indubbiamente il merito di aver portato una certa effervescenza nei rapporti interpersonali, aiutando a socializzare persone che altrimenti sarebbero restate chiuse in casa, consentendo ad altre di trovare l’anima gemella e creare legami nuovi». Ciò non toglie che, proprio a causa di Facebook, l’idea stessa di amicizia stia cambiando nel nostro sentire: in passato, almeno nel suo significato più nobile, il termine identificava una relazione stabile, basata sulla fiducia costruita in anni di consuetudine. Oggi è quasi una promessa: quando un utente di Facebook ci chiede di aggiungerlo agli amici, spesso è solo l’inizio di un rapporto umano tutto ancora da costruire”.

Cambia il modo di vivere e intendere le relazioni. Cambia la maniera in cui vengono create e fruite le informazioni.

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