Qualche giorno fa ho fatto un salto all’Antù per seguire il secondo evento organizzato da Ignite Italia e partecipare con una mia presentazione (preparata in fretta e furia). Il tema è il futuro del corporate web, mentre l’ipotesi con cui si chiude la presentazione vuole essere più uno spunto di discussione che non una previsione vera e propria.
Pareri e contributi sono quindi come sempre i benvenuti.
Recentemente sono stato coinvolto in un’interessante discussione riguardo al futuro dei siti aziendali. In pratica mi è stato chiesto se, data la crescente importanza dei social network, chi gestisce la comunicazione corporate debba o meno prendere in considerazione l’opportunità di essere presente solo su Facebook&co, rinunciando al classico sito corporate.
Di seguito l’opinione che ho espresso a riguardo. Mi farebbe piacere conoscere la vostra.
Credo che il punto non sia se un’azienda debba o meno avere un proprio sito, ma piuttosto come questo debba evolversi oggi, quale posto debba occupare in quello stesso universo on line del quale non può più pretendere (o far finta) di essere il centro.
Gli utenti entrano in rete per costruire la propria identità online e sviluppare un sistema di relazioni del quale vogliono essere il centro gravitazionale. Tanti piccoli nodi distribuiti nella rete che è sempre più difficile attrarre verso siti/portali pensati come uno spazio accogliente ma chiuso.
Diversamente dal passato, oggi la chiave dell’interazione azienda/utente è che la prima deve raggiungere il secondo ovunque esso si trovi: gli utenti sono su Youtube, Facebook, Myspace, e perciò ha senso che l’azienda (o meglio, le persone dentro l’azienda) li raggiungano articolando la loro presenza online ovunque sia necessario, anche e soprattutto imparando in fretta le “regole di convivenza” che governano la “parte abitata della rete”.
In questo processo di avvicinamento, che poi è un colossale cambiamento di paradigma della comunicazione e del marketing, il presidio che l’azienda mantiene online non viene meno ma – a mio avviso – si ridimensiona, semplifica, diventa a sua volta un centro di gravità fra tanti dal quale condurre la conversazione in atto su vari presidi. Non più un portale, insomma, ma il luogo da cui tenere le fila di una presenza online che tenderà a frammentarsi sempre di più con l’aumentare del numero di social network (o forse sarebbe meglio dire delle community) esistenti.
Di seguito l’intervista con Marissa Mayer, Search Products & User Experience di Google,pubblicata il 12 marzo 2009 su Nova24 – IlSole24Ore.
Immaginate un futuro nel quale fare ricerche on line diventerà un gesto naturale come parlare o scrivere. In cui i motori di ricerca saranno agilmente accessibili dai dispositivi più diversi, comprenderanno le vostre domande dirette e persino la vostra voce; accetteranno come termini da ricercare non solo parole chiave, ma anche immagini nude e crude.
Non è fantascienza. Si tratta, al contrario, dell’affascinante scenario delineato da Marissa Mayer, vicepresidente Search Products & User Experience di Google, che durante un breve incontro a Parigi ha condiviso con noi le sue previsioni sul futuro dei motori di ricerca dieci anni da ora.
The hackers and engineers of Y Combinator are doing what hackers and engineers do to any industry, they’re efficiently and ruthlessly disrupting the traditional model of venture capital and are going to destroy far more more wealth for their contemporaries than they create for themselves, as broadband did to entertainment, Craigslist did to newspapers, and Amazon did to traditional retailers. This is what outsiders, by definition, do.
Cloud computing is advancing faster than our ability to secure systems. Companies are rapidly moving their most critical data and information from file cabinets and secured servers to shared servers on the Web. Cloud computing provides significant cost savings and operational advantages. But it also unleashes a Pandora’s box of security concerns.
the party’s over for investors and startups in this space. The big growth is behind us. Revenues from social media have not lived up to the promises, and the vast majority of those thousands of startups are either dying or on th