Archivio mensile:novembre 2009

News online a pagamento, cosa rispondono gli utenti?

Se il futuro delle news online fosse a pagamento, in quanti sarebbero disposti a pagare? E quale cifra? Queste sono probabilmente due delle domande che in questi mesi più tormentano gli editori di tutto il mondo, assediati come sono dalla pesante crisi di settore in atto, dalla necessità di trovare nuovi modelli di business e dalle pressioni indirette generate dalle “rivoluzionarie” iniziative promesse dal magnate dei media australiano Rupert Murdoch.

Qualcuno ha provato a dare delle risposte: il Boston Consulting Group (BCG) ha realizzato una ricerca (citata dal New York Times) che, a conti fatti, non sembra essere esattamente foriera di buone notizie per il settore, specie per chi lavora con il pubblico statunitense.

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Augmented Reality

Immaginate di essere per strada in una città che non conoscete e che visitate per la prima volta. Siete appena arrivati e avete bisogno di un ristorante o di un albergo, di organizzare insomma la vostra permanenza.

Senza pensarci troppo tirate fuori dalla tasca il vostro smartphone, avviate l’Augmented Reality (AR) browser e, in un attimo, sullo schermo compaiono informazioni su ristoranti ed alberghi più vicini, sulla presenza di servizi di trasporto come tram e metropolitane e persino cenni storici sui palazzi più antichi. Il tutto perfettamente sovrapposto (ed è qui la vera innovazione) all’immagine che la telecamera del vostro dispositivo raccoglie in tempo reale dal mondo che vi circonda.

Fantascienza? Tutt’altro.

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Murdoch pronto a fare a meno di Google

Nel post precedente raccontavamo del magnate Rupert Murdoch, della sua intenzione di far pagare gli utenti per tutti i contenuti prodotti dalle sue testate online e, infine, di come l’inizio di questa vera e propria rivoluzione sembri ora destinato a slittare avanti nel tempo per ragioni imprecisate.

Ora scopriamo che il tycoon australiano ha deciso di rilanciare con forza il suo progetto aggiungendo un importante tassello: durante una lunga intervista rilasciata a Sky News Australia, Murdoch ha infatti spiegato che, quando i contenuti delle sue testate online diverranno accessibili solo agli utenti abbonati, farà anche in modo che essi vengano rimossi dal Google Search Index.

Lo scopo è evidentemente quello di impedire che le notizie prodotte dalla News Corp finiscano nell’aggregatore Google News. L’effetto collaterale, tutt’altro che trascurabile, è  l’esclusione delle testate controllate dal magnate australiano anche dal motore di ricerca Google.

News online a pagamento, la rivoluzione può attendere

Mentre la stampa di tutto il mondo lotta alla ricerca di nuovi modelli di business, in Australia vacillano persino le certezze del magnate Rupert Murdoch. La notizia è sulla bocca di tutti: dopo aver annunciato che entro un anno tutte le sue testate online avrebbero presto iniziato a diffondere solo contenuti a pagamento, ora veniamo a sapere dalle sue stesse parole che la piccola “rivoluzione” potrebbe slittare avanti nel tempo. Di quanto, non è dato sapere con certezza.

Visto che non capita spesso di vedere il tycoon australiano vacillare nelle proprie ferree convinzioni, l’evento merita un pizzico di approfondimento.

Tutto ha inizio lo scorso agosto, quando Murdoch annuncia al mondo la sua intenzione di rendere a pagamento tutti i siti d’informazione di sua proprietà entro l’estate successiva. Considerando l’estensione e l’influenza del suo impero mediatico, le sue affermazioni risuonano subito come una cannonata in tutto il settore. Riportava all’epoca il Guardian:

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Chris Anderson – Navigazione protetta e accesso alle fonti di informazione come Wikipedia

Per Chris Anderson, chief editor della rivista statunitense Wired, chiedersi come gestire l’approccio dei figli ad Internet è un «gran bella domanda per la quale, come tutti i genitori, non ho una risposta soddisfacente. Tutti i miei figli hanno meno di dieci anni e mia moglie, che odia la tecnologia, non gradisce troppo che usino il computer. So che è abbastanza ironico, essendo io il direttore di Wired, ma è così.

Naturalmente amo la tecnologia, ma amo di più mia moglie e quindi abbiamo trovato un compromesso: tendiamo a controllore e limitare molto l’uso di Internet da parte dei nostri figli. Per esempio, lasciamo che usino Google solo in modalità “safe search”, non permettiamo che frequentino MySpace o World of Warcraft e facciamo in modo che entrino solo in social network adatti ai bambini, come “Club Penguin”.

Ciò detto, trovo anche molto interessante il fatto che a scuola insegnino loro ad usare Wikipedia per iniziare una ricerca, ma anche e soprattutto che impongano loro di cercare sempre una seconda fonte, in puro stile giornalistico, per verificare le informazioni. In questo modo Wikipedia non è più la fine della ricerca, ma solo l’inizio.»

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Questa breve intervista è parte dello speciale “Bambini a più dimensioni” pubblicato su Nova24 del 14 maggio. Per consultare il resto dell’inchiesta, segui i link di seguito

Vedi anche:
– Il pezzo d’apertura dello speciale “Bambini a più dimensioni”
– David Weinberger: “Educare i figli a discernere il vero dal falso”
– Dave Sifry: “Tutto resterà per sempre documentato in Rete
– Yossi Vardi: Dare ai giovani accesso alla rete e un codice etico per gestirla
– Doc Searls – Tenere i bambini lontano dalla tecnologia il più a lungo possibile
– Joi Ito – Non dobbiamo creare analfabeti digitali
– Maryssa Mayer – Internet porta in dote più benefici che rischi
– Marten Mikos – Lasciare che i figli imparino ad affrontare i problemi da soli